Turi

Grotta di Sant'Oronzo

Grotta di Sant'Oronzo

Nell'etimologia del nome Turia è consacrata la memoria delle acque sorgive, Turi infatti significa "fontana" per le acque nella località di Frassineto. L'archeologia locale rimanda ad una frequentazione già dal VI secolo a.C. ritenendo fino al IV, nel periodo peuceta, il momento di massimo splendore della città. Alleata dei Sanniti e poi di Roma, i turesi parteciparono alla Battaglia di Canne dove caddero.
Sotto la giurisdizione del Vescovo di Conversano, nel X secolo era un feudo, con il proprio agro, muraglia e torri e insieme al Canale di Frassineto era sotto il comando di un solo signore.
Era il momento più felice di Turi in cui gli amministratori bizantini lasciavano liberi il popolo di gestire autonomamente il "castellum Turium", sicuri che avrebbero fatto ciò che di buono era per la loro terra. Dopo il 1008, prima Melo e successivamente il figlio Argiro cercarono di debellare i bizantini con l'aiuto dei normanni giunti in Puglia, ma fu solo Guglielmo Altavilla ad assumere il titolo di Conte di Puglia nel 1042 e in seguito Turi passò al Guiscardo, Duca di Puglia, mantenendo la sua istituzione amministrativa fino al dominio del nipote Goffredo. La fase aragonese fu sotto gli Acquaviva d'Aragona poi ai baroni Moles di Gerona e infine ai marchesi Venusio di Matera.

Poco fuori Turi sulla strada verso Rutigliano si incontra la chiesa di Sant’Oronzo eretta nel 1727 sulla grotta omonima. Quest'ultima venne rintracciata quasi un secolo prima, nel 1657 e dove la tradizione dice essere il luogo presso cui si rifugiò Sant'Oronzo di Lecce durante le persecuzioni. Il ritrovamento avvenne in seguito al sogno di una fanciulla che le permise di indicare il luogo esatto in cui cercare. All'esito positivo della ricerca, invocò il Santo per la cessazione della peste del 1657. Dopo un periodo di scarsa devozione verso il Santo, si racconta di un'apparizione a seguito della quale venne ubicato, presso l'esterno della grotta, un crocifisso in legno ancora conservato oggi nella chiesa.
Solo dopo questo momento crebbe il pellegrinaggio e una riscoperta della devozione verso il Santo. Il distacco di stalattiti e stalagmiti è da attribuire proprio ai numerosi fedeli che un tempo accedevano in visita dall'originario e difficoltoso ingresso e attribuivano alla roccia un potere medicamentoso. Con le offerte degli stessi devoti fu possibile la costruzione, nel corso del '700, dell'attuale scala monumentale con le tre nicchie sormontate da cupolette.
Ancora oggi è possibile vedere nella grotta l'altare su cui, al momento della scoperta, venne trovato un crocifisso e due ampolline, ma ciò che è spettacolare e di rara manifattura sono le 238 mattonelle disposte sul pavimento della grotta, a decorarlo come un "tappeto".
Si tratta di mattonelle di ceramica laertina del '700, ognuna diversa dall'altra, in cui si possono distinguere almeno due "mani": il capomastro con un tratto sottile, elegante e realista nella rappresentazione degli animali e la mano del suo allievo più stilizzata nei soggetti zoomorfi.
La chiesa è a croce greca, a tre navate, con volte a botte laterali e un tamburo centrale su cui di imposta la cupola che sovrasta il corpo di fabbrica. Le coperture esterne sono a tetti a spiovente rivestite con coppi di laterizio e la facciata tipicamente settecentesca.

Fotogallery